Ho ragione e lui ha torto: rigidità e disaccordo in seduta

Un esercizio clinico per esplorare il bisogno di avere ragione e aprire spazio alla tolleranza delle posizioni altrui in terapia

Ho ragione e lui ha torto: rigidità e disaccordo in seduta

Vignette cliniche

Rigidità coniugale e bisogno di conferma

Quadro clinico. M., 48 anni, si presenta in seduta con un conflitto ricorrente con il marito riguardo alla gestione economica familiare: riferisce con assoluta certezza di avere ragione e fatica a considerare qualsiasi altra lettura della situazione. Il clinico propone l'esercizio guidato, invitando M. a descrivere il disaccordo per iscritto e a rispondere alle domande in sequenza, a partire dal perché senta così forte il bisogno di ottenere la conferma della propria posizione. Alla terza domanda, M. si sofferma a lungo: riconosce che il marito attribuisce al risparmio un valore simbolico legato alla propria storia familiare, diverso dal suo. Nelle sedute successive mostra una lieve ma stabile riduzione della carica accusatoria, senza che il conflitto scompaia, ma con una maggiore capacità di distinguere tra disaccordo su valori e giudizio sulla persona.

Conflitto con un collega, posizione inamovibile

Quadro clinico. L., 35 anni, con un quadro di tratti perfezionistici e bassa tolleranza all'incertezza, descrive da settimane una disputa con un collega su una procedura lavorativa: è convinto che l'altro agisca in malafede e che la propria soluzione sia oggettivamente corretta. Il terapeuta introduce l'esercizio come compito tra le sedute, specificando che non si tratta di stabilire chi abbia ragione, ma di esplorare la funzione del bisogno di averla. Alla domanda su cosa trarrebbe da un atteggiamento più tollerante, L. risponde inizialmente con resistenza, poi ammette che rinunciare alla certezza gli darebbe sollievo, perché il conflitto lo occupa mentalmente anche fuori dal lavoro. L'esercizio non risolve la disputa, ma apre uno spazio riflessivo sulla rigidità come strategia difensiva, che diventa materiale di lavoro nelle sedute successive.

Il bisogno clinico: quando avere ragione blocca il lavoro

Molti pazienti arrivano in seduta con conflitti relazionali ricorrenti raccontati sempre dalla stessa angolazione: loro nel giusto, l'altro in torto. La certezza di avere ragione non è semplicemente una posizione argomentativa, ma spesso una funzione difensiva che stabilizza l'identità, riduce l'ansia relazionale e protegge da ciò che il disaccordo potrebbe mettere in discussione.

Spiegare la rigidità cognitiva o il pensiero dicotomico in termini teorici non produce quasi mai un cambiamento nel modo in cui il paziente vive il conflitto nella settimana successiva. Ciò che resiste non è la comprensione intellettuale, ma la capacità di accedere, dall'interno, alla propria esperienza di quel disaccordo specifico. Serve un dispositivo che accompagni il paziente a sostare su quella certezza, non a negarla.

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Cosa contiene l'esercizio

L'esercizio si struttura in quattro domande a progressione, che partono dal concreto e aprono gradualmente uno spazio di riflessione.

La prima domanda chiede di descrivere la situazione e la propria certezza di avere ragione: ancora dentro la propria lettura dell'evento, senza anticipo di giudizio. La seconda sposta l'attenzione su perché si tiene così fortemente ad avere ragione e a dare torto all'altro: questo è il passaggio più ricco clinicamente, perché avvicina ai bisogni, alle paure o alle dinamiche identitarie che alimentano la posizione rigida. La terza introduce la possibilità che il disaccordo sia spiegabile da una differenza di valori, opinioni o percezione, non come resa ma come apertura epistemica. La quarta chiede se un atteggiamento più tollerante potrebbe risolvere il conflitto, e soprattutto cosa il paziente ne ricaverebbe personalmente: uno spostamento dalla postura difensiva verso una riflessione sui propri interessi reali.

L'immagine qui sotto elenca le quattro domande in sequenza con una breve introduzione orientativa. Si tratta di una anteprima statica del contenuto: l'esercizio guidato completo, con lo spazio per le risposte, le istruzioni rivolte al paziente e la struttura per l'uso in seduta o tra le sedute, si vive nell'applicazione, non in questa immagine.

![Anteprima domande, Ho ragione e lui ha torto: le quattro domande dell'esercizio in sequenza]

> Questo esercizio è disponibile per i pazienti tramite l'applicazione mobile dedicata di SessionFuel, l'interfaccia paziente riservata ai pazienti dei clinici che utilizzano SessionFuel: il clinico assegna l'esercizio al paziente, che lo completa direttamente dal proprio telefono, sia durante la seduta che nel periodo tra gli incontri.

> Da tenere a mente: il valore clinico di questo esercizio non sta nel convincere il paziente che ha torto, ma nell'aiutarlo a esaminare la funzione che la certezza di avere ragione svolge nel mantenimento del conflitto.

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Quando e come proporlo

L'esercizio si presta bene in fasi di lavoro in cui il tema dei conflitti interpersonali ricorrenti è già emerso con una certa chiarezza. Non è uno strumento per le prime sedute, ma funziona bene quando il paziente ha già una sufficiente capacità di osservazione su se stesso, anche parziale.

I profili che ne traggono maggiore utilità sono pazienti con tratti perfezionistici o di controllo, con schemi relazionali caratterizzati da iperresponsabilità o da un investimento identitario forte nella correttezza delle proprie posizioni. Anche in contesti di coppia o lavorativi, dove il conflitto è reiterato e si cronicalizza, le domande offrono un punto di ingresso non confrontativo.

In seduta, può essere introdotto con una cornice semplice: invitare il paziente a portare in mente una situazione recente di disaccordo e rispondere alle domande come materiale da elaborare insieme. Il debrief è il momento più produttivo: la seconda domanda, in particolare, apre spesso a contenuti che il paziente non aveva formulato esplicitamente prima. La terza e la quarta creano una transizione naturale verso il lavoro sulla flessibilità cognitiva e sulla gestione delle emozioni nel conflitto.

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Adattamenti e articolazione

L'esercizio può essere assegnato tra le sedute come compito di osservazione, chiedendo al paziente di completarlo subito dopo un episodio di conflitto, quando l'attivazione emotiva è ancora presente. Questo rende le risposte più spontanee e clinicamente più ricche rispetto a una compilazione a freddo. In seduta, può anche essere usato in forma orale, con il clinico che guida le domande una alla volta nel dialogo terapeutico.

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