Celebrare i propri successi: esercizio clinico sull'autostima

Un esercizio guidato in tre domande per aiutare il paziente a riconoscere il proprio ruolo nei successi e consolidare l'autoefficacia in seduta.

Celebrare i propri successi: esercizio clinico sull'autostima

Vignette cliniche

Autoefficacia in un paziente con depressione lieve

Quadro clinico. M., 34 anni, si presenta con umore deflesso e marcata tendenza a svalutare i propri risultati, attribuendo ogni esito positivo alla fortuna o all'aiuto altrui. In seduta, il clinico introduce l'esercizio strutturato dopo che M. riferisce di aver consegnato puntualmente un progetto lavorativo impegnativo. Guidato dalle tre domande, M. descrive la riuscita, individua le proprie scelte organizzative come fattore determinante e formula, con qualche esitazione iniziale, un'osservazione su di sé: la capacità di mantenere la concentrazione sotto pressione. Alla seduta successiva M. riporta di aver riletto le proprie risposte scritte in un momento di scoraggiamento, trovandovi un punto di ancoraggio concreto.

Riconoscimento del sé in un disturbo d'ansia sociale

Quadro clinico. L., 27 anni, in trattamento per ansia sociale, evita sistematicamente di attribuirsi merito in ambito relazionale, temendo di apparire presuntuosa. Dopo aver partecipato a una riunione senza ritirarsi anticipatamente, il clinico propone l'esercizio come compito da svolgere tra una seduta e l'altra. Le risposte scritte da L. rivelano una difficoltà persistente alla seconda domanda, quella sul proprio ruolo: la paziente tende a minimizzare e a interporre subito la variabile esterna. Il lavoro sulle risposte in seduta consente di distinguere tra umiltà funzionale e autosvalutazione automatica, aprendo uno spazio riflessivo che L. descrive come inedito.

Il problema clinico: quando il successo non lascia traccia

Molti pazienti arrivano in seduta incapaci di trattenere ciò che va bene. Notano i fallimenti con precisione chirurgica, ma i successi scivolano via senza lasciare impronta cognitiva né emotiva. Questo meccanismo è trasversale: lo si ritrova nella depressione, nell'immagine di sé negativa, nel dialogo interiore automatico denigrante e nella sindrome dell'impostore, dove il contributo personale viene sistematicamente attribuito alla fortuna o alle circostanze.

Spiegare questo bias in seduta è necessario, ma non sufficiente. Il paziente annuisce, comprende intellettualmente, poi torna a casa e dimentica il suo piccolo trionfo del giorno. Manca uno strumento concreto che fermi il momento, lo renda esplicito e lo trasformi in materiale elaborabile. È precisamente il bisogno a cui risponde questo esercizio.

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Cosa contiene l'esercizio e come funziona come supporto clinico

L'esercizio si struttura in tre domande progressive, ognuna delle quali sposta il fuoco in modo intenzionale.

![Anteprima delle domande dell'esercizio Celebro i miei successi: (1) Oggi sei fiero/a del lavoro che hai svolto. Bravo/a! Descrivi qual è stato il tuo successo. (2) Quale ruolo hai avuto in questo successo? (3) Cosa puoi imparare su te stesso/a da questo successo per il futuro? In cosa puoi essere fiero/a di te?]

> Nota: questa immagine è una semplice anteprima statica delle domande. L'esercizio guidato completo, con lo spazio per le risposte, le istruzioni rivolte al paziente e la possibilità di usarlo in seduta o tra le sedute, si trova nell'applicazione SessionFuel, non in questa immagine.

La prima domanda chiede al paziente di descrivere concretamente il successo ottenuto. L'atto di mettere per iscritto l'esperienza, prima ancora di interpretarla, ha già un valore clinico: costringe a nominare qualcosa che il pensiero automatico tende a minimizzare o a saltare a piè pari.

La seconda domanda è il cuore dell'intervento: chiede quale ruolo ha avuto il paziente in quella riuscita. Qui si lavora direttamente sull'attribuzione interna, una delle variabili più sensibili nei profili con bassa autostima, depressione o tendenza al confronto svalutante con gli altri. Per chi tende a svalutarsi nelle interazioni sociali o a confrontarsi sistematicamente con gli altri, rispondere a questa domanda può generare una resistenza clinicamente significativa, da esplorare in seduta.

La terza domanda apre alla generalizzazione: cosa dice questo successo di me, e in cosa posso essere fiero/a di me? Questo passaggio aggancia il singolo evento a una rappresentazione più stabile di sé, in linea con il lavoro sulle credenze profonde e con il rafforzamento di un'immagine di sé più adattiva.

> Questo esercizio è disponibile per i pazienti tramite l'app mobile di SessionFuel, l'interfaccia dedicata ai pazienti dei clinici che usano SessionFuel: il clinico assegna l'esercizio, e il paziente lo completa direttamente dal proprio telefono, durante o tra le sedute.

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Quando e come proporlo

L'esercizio si presta a due contesti distinti. Il primo è il follow-up di un momento positivo segnalato in seduta: il paziente racconta qualcosa che è andato bene, e l'esercizio viene assegnato immediatamente come debriefing strutturato da completare nelle ore successive, finché il ricordo è ancora vivo. Il secondo contesto è più sistematico: per i pazienti in cui il programma sull'immagine di sé e l'autostima è già avviato, l'esercizio può diventare una pratica ricorrente, abbinata ad esempio a Coltivare la positività: un esercizio di gratitudine quotidiana.

I profili più indicati sono i pazienti con depressione lieve o moderata in fase di risalita, dove si lavora sull'attivazione comportamentale e sulla valorizzazione dei passi compiuti. È utile anche nei pazienti con caratteristiche di autoaccettazione difficoltosa e in quelli che faticano ad accettare i complimenti.

In sede di debriefing, è utile soffermarsi sulla risposta alla seconda domanda: la qualità dell'attribuzione interna, quanto il paziente si riconosce come artefice del risultato, è un indicatore clinico diretto. Una risposta evasiva o minimizzante offre materiale diretto per la sessione. Una risposta più solida segnala un movimento nel senso dell'autoefficacia percepita, da consolidare e generalizzare.

> À retenir : La terza domanda è quella più generativa: è lì che il successo smette di essere un episodio isolato e comincia a dire qualcosa di stabile sul valore della persona.

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